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Ancora ostacoli per la Posta Elettronica Cerificata | Ancora ostacoli per la Posta Elettronica Cerificata |
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| Scritto da Valentina | |
| Tuesday 26 July 2005 | |
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Il recente schema di DPCM pone ulteriori vincoli all'erogazione e allo sviluppo della PEC. Ancora una volta vengono favoriti gli operatori dominanti e questo strumento, che potrebbe essere assai utile per utenti, imprese e Pubbliche Amministrazioni, corre il rischio di non svilupparsi adeguatamente. Le preoccupazioni di Assoprovider.
Le regolamentazioni sulla PEC (Posta Elettronica Certificata) proposte dal Presidente del Consiglio dei Ministri nello schema attuativo dei giorni scorsi rischiano di ostacolare lo sviluppo del servizio, forse in maniera definitiva. Questa è l'opinione di Assoprovider, l' Associazione dei Provider indipendenti, cha da sempre si occupa di PEC e che per prima ha espresso le sue forti perplessità riguardo allo schema di DPR emanato il 28 gennaio 2005. Forte dell'esperienza dei suoi associati, molti dei quali hanno contribuito in maniera attiva alla sperimentazione sul servizio di posta certificata, Assoprovider si era dichiarato fortemente deluso riguardo alla richiesta di 1 milione di euro di capitale sociale, come requisito necessario per l'erogazione del servizio. Di fatto questa richiesta favorisce gli operatori dominanti e spazza via quasi totalmente la concorrenza delle PMI (piccole e medie imprese) del settore, nonostante queste siano in grado di seguire direttamente il cliente e di tutelarlo maggiormente. Di fatto anche questo servizio, che può rivelarsi molto utile per i cittadini e per le aziende, ricade sotto il dominio di un'oligarchia di aziende, conferendo ancora una volta il "diritto al monopolio" e rovinando sempre più la competitività e la crescita del mercato italiano, in particolar modo nel settore dell'IT. Anche il nuovo schema attuativo del DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) ha lasciato delle forti perplessità, perché sembra confermare questa tendenza a strumentalizzare le regolamentazioni per fini politici, senza saper prevedere o capire l'influenza sul mercato di tali decisioni Tra i punti affrontati da Assoprovider spicca il mancato adempimento agli obblighi sanciti dallo schema di DPCM proprio da parte di quegli operatori che maggiormente vengono avvantaggiati dalle regolamentazioni. Risulta infatti obbligatorio consentire l'invio di un messaggio di 30MB ad un numero di destinatari che può arrivare fino a 50; questo deve avvenire in qualunque caso, ma un "operatore nazionale", non meglio identificato, risulta aver palesemente infranto questa regola durante il periodo intercorso dal 28 gennaio ad ora. Tale operatore ha inoltre promosso gratuitamente il servizio di PEC fino al 31-12-2005 e ha cominciato a distribuirlo, nonostante non fosse ancora presente il regolamento attuativo. Ma il punto che più interessa è quello che concerne la firma digitale; lo schema prevede infatti che, in caso di mancato utilizzo del supporto cartaceo, due soggetti che vogliano utilizzare tra loro la Posta Elettronica Certificata debbano sottoscrivere digitalmente le reciproche dichiarazioni, in parole povere se si vuole inviare una comunicazione con la PEC bisogna o avvisare il destinatario via posta normale oppure inviare la propria firma digitale, almeno una volta. Una procedura del tutto analoga va affrontata per la ricezione. Tutto questo comporta una serie di problematiche. Prima di tutto un'eccessiva burocratizzazione che rischia di non far decollare questo servizio, che, per quanto utile, non nasce direttamente dalle esigenze degli utenti. Nonostante la PEC possa migliorare una serie di servizi, ad esempio con le Pubbliche Amministrazioni, non nasce direttamente dall'utente e mettendo dei forti ostacoli come questi si rischia di non raggiungere la massa critica per far si che questa tecnologia diventi indispensabile. E' chiaro, infatti, che la PEC è tanto più utile quanti più utenti può raggiungere e sono gli utenti stessi che la promuovono, richiedendo ai propri contatti di utilizzare lo stesso servizio. Quante più persone o istituzioni si possono contattare tanto meglio il servizio funzionerà. Quindi mettere dei limiti all'utilizzo, almeno in questa fase iniziale, può essere fortemente controproducente, perché potrebbe inibire in molti l'utilizzo. Secondo l'Associazione dei Provider indipendenti dovrebbe essere lo stesso cliente a decidere di utilizzare o meno la firma digitale, a seconda delle sue esigenze, e così le varie specifiche che danno più o meno forza ad un messaggio. Inoltre questa richiesta darebbe ancora più potere a quegli operatori in grado di detenere un "palese monopolio su taluni servizi complementari" come quello delle firme digitali. L'opinione di Assoprovider è che questa mossa sia stata dettata dal desiderio di promuovere, tramite la PEC, i servizi di certificazione digitale. Lungi dal costituire un accusa (anzi la promozione delle firme digitali è di per se stessa encomiabile), si fa notare che questa strategia in questo contesto non è ne appropriata per lo sviluppo della PEC, ne adatta ad un'economia liberale. Senza calcolare i fallimenti che i servizi con firma digitale hanno collezionato finora. La PEC è quindi ancora più a rischio, perché non nasce in un contesto di competitività economica che possa sviluppare il settore imprenditoriale dell'ICT, ma viene praticamente affidata a monopoli, che hanno già dimostrato di utilizzare questa tecnologia per altri fini, e inoltre l'utenza non viene facilitata all'uso, ma in parte ostacolata. Secondo Assoprovider non bisognerebbe consentire agli operatori dominanti di aggredire in questo modo un business privato, ostacolandone di fatto il regolare sviluppo, bensì bisognrebbe rendere "di fatto possibile l’ accesso democratico al mercato dei servizi da erogare al comune cittadino, alle imprese ed anche alle Pubbliche Amministrazioni". Articoli correlati: Assoprovider: il no ai brevetti sul software è un segnale positivo per le PMI |
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